Ilario 的个人资料Dottor Pannocchia照片日志列表更多 工具 帮助

Ilario

第 1 张,共 162 张
此人的网络为空(或未公开)。
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 
作者 

Dottor Pannocchia

In direzione ostinata e contraria
8月20日

Falling down

Prologo: Ore 21,20. Sono nella mia lavanderia, intento a piegare i vestiti di qualche tizio, quando all’improvviso sento “Tump. Crash. Weoweoweoweoweoweoweo…”. In un nanosecondo capisco cosa è successo e mi precipito fuori. La mia moto è lì, a terra, ad un palmo da una Hyundai Getz che stava tentando di parcheggiare in retromarcia. Bestemmio tra me e me, alzo gli occhi al cielo, mi avvicino alla moto. Dall’auto scende una donna, con estrema calma.

Signora: «Stavo parcheggiando, e… ma andavo piano»
Io: «D’accordo. Ma adesso mi dia una mano a risollevare la moto»
La signora si guarda intorno, con aria distaccata e quasi infastidita. Poi accetta di buon grado. Rimetto la moto in piedi: il cavalletto è del tutto piegato, e regge per puro miracolo. Anche la leva della frizione è diventata una “U”. Pochi graffi sparsi su tutto il resto del telaio.
Signora: «Controlli pure, ma mi sembra che non si sia fatta niente»
Io: «Beh, guardi: sui graffi sono disposto a passare, perché è un fattore estetico, ma il cavalletto va di certo sostituito»
Signora: «Ma io stavo andando piano»
Io: «D’accordo. E cosa c’entra? Nel momento in cui butta a terra una moto da 150kg è ovvio che si produce qualche danno, no? Che c’entra la velocità d’impatto?»
Signora: «Volevo dire che io l’ho appena toccata ed è caduta»
Io: «Certo, perché è una moto e come tale si regge su un cavalletto. E quindi?»
Signora: «E allora è il cavalletto che non funziona bene»
Attimi di silenzio. Sul volto della donna si dipinge uno strano sorrisetto.
Io: «Mi faccia capire. Cosa intende dire?»
Signora: «Beh, io non so come era il cavalletto prima»
Io: «Mi sembra evidente: come il resto della moto, era perfetto. E di certo reggeva la moto, se questa era in piedi. Le sembrerò strano, ma non ho alcuna necessità di truffare le assicurazioni. Vorrei semplicemente che la moto fosse com’era prima, questo è tutto. Passo sopra ai graffi al manubrio, alle piccole scalfiture sul serbatoio, alla marmitta grattugiata, al pedalino smangiucchiato: ma la frizione e il cavaletto vanno sostituiti».
Signora: «E come dobbiamo fare?»
Io: «Andiamo dal rivenditore della Ducati, ad Angri, e facciamo un preventivo. Credo che la spesa si aggiri sui 100-150 euro»
Signora: «Eh! Così tanto?!»
Io: «Mi scusi, ma devo dare conto a lei se ho una moto costosa? Del resto i soldi non vanno a me, ma al meccanico. Non mi interessa il lato economico: voglio la moto com’era prima»
Signora: «Ho capito, te ne vuoi approfittare perché sono una donna»
Io: «Le suffragette si rivolterebbero nella tomba. Comunque faccia come vuole, chiami suo marito»

Pochi minuti e sopraggiunge il marito
Signora: «Stavo andando in retromarcia, ma piano, e la moto è caduta appena l’ho toccata»
Il marito guarda la moto, con sguardo grave.
Marito: «E allora? Che dobbiamo fare?»
Io: «Come stavo dicendo poco fa a vostra moglie, vorrei semplicemente che la moto tornasse come prima. Va sostituita la leva della frizione e il cavalletto».
Marito: «Ma la frizione funziona ancora»
Io: «E’ completamente piegata. Certo, potrei tirare il filo della frizione anche con i denti, e questo non ne modificherebbe granché il funzionamento: ma non vedo perché dovrei. Ripeto, vorrei solo la moto com’era prima».
Marito: «Ho capito, vuoi approfittarne»

A quel punto desisto da ogni forma di sintesi verbale. Nel frattempo sopraggiunge mio padre. La signora continua a ridere, il marito continua a darmi del truffatore. In più di un’occasione si sfiora la rissa, ma per fortuna riesco a mantenere tutti lucidi.
Signora: «Io sono stata fin troppo corretta. Potevo anche scapparmene via»
Io: «Beh, dovevate solo provarci. In ogni caso siete ancora in tempo. E poi dovrei ringraziarvi perché siete rimasta?»
Signora: «Quando è successo a me non ho preso nemmeno il numero di targa»
Io: «E quindi, visto che vi hanno fatto fessa, ora volete fare fesso me?»
Signora: «Mia figlia mi ha mandato in confusione, voleva andare sul sedile davanti e…»
Io: «Mi dispiace, ma questo cosa c’entra con la moto? Io non sto giudicandovi moralmente. Ma il danno c’è»
Signora: «Ma io andavo piano»
Io: «Ancora? Guardi, non è un concetto difficile da capire. Se lei urta la moto sulla parte destra non produce danni, e infatti non gliene sto chiedendo conto. Ma nel momento in cui la moto sbatte con forza sul lato sinistro, e mi piega alcuni pezzi fondamentali per la mia sicurezza, deve sostituirli. Ripeto, non è un concetto difficile da afferrare»

Morale? La signora se n’è andata promettendo che avrebbe denunciato l’accaduto alla sua assicurazione. Ovviamente avevo chiamato i vigili urbani, ma “loro non intervengono per queste cose” (e per cos’altro dovrebbero intervenire?). La moto ora è giù, appoggiata ad un muro e sul cavalletto, perché ho paura che possa cadere da un momento all’altro. E non posso rischiare di fare un “effetto domino” con le altre moto parcheggiate vicino. Infine, non posso neanche tentare di riparare il tutto alla buona, perché finché non viene il perito non posso toccare nulla.

E meno male che vivo nel meraviglioso Sud, dove tutti si vogliono bene e suonano il mandolino mentre si abboffano di pizza.
8月1日

La fregatura

Il giornalismo è qualcosa in più di un mestiere,
qualcosa in meno di una professione,
una via di mezzo tra un’arte e il sacerdozio.
Un vero giornalista è in modo non ufficiale ma, di fatto,
un servitore pubblico il cui dovere è di servire la comunità
 
William Steed - editore del Times di Londra


Non ricordo quando ho cominciato ad avere velleità artistiche. Fin da quando io riesca a ricordare sono sempre rimasto rapito -più che affascinato- dal mondo della cosiddetta "arte": letteratura, in prima istanza, seguita a ruota dalla musica, che ho sempre vissuto come qualcosa di naturale. Per questo non mi è mai pesato trascorrere ore e ore sui vari libri del liceo: era come se fossi alla ricerca di un dialogo intimo con gli autori e con la conoscenza, un dialogo nel quale non era facile (e non lo è tuttora) riuscire a padroneggiare la stessa lingua.

Poi è cresciuta, in concomitanza con l'adolescenza, la passione civile e politica. Grazie all'allenamento degli studi filosofici sono riuscito a digerire senza troppi traumi i libri strettamente politici che andavo masticando voracemente. La scelta di diventare un giornalista, quindi, è stata la naturale evoluzione per mettere assieme il bagaglio umanistico, la neonata passione civile e -perché no- quel tanto di inventiva che mi facesse sentire un po' "scrittore".

E veniamo rapidamente ai giorni nostri. L'idealismo si è scontrato con la realtà, fatta di infiniti e continui compromessi. Razionalmente un essere umano mediamente pensante non potrebbe mai capire perché diavolo ci si ostini a voler fare questo "mestiere", continuamente bistrattato e senza alcuna prospettiva economica. Ma, come dicevo, non lo si può capire razionalmente. E' quello che il mio vicedirettore chiama "l'orgasmo della notizia", ed in effetti sembra paradossale che proprio noi, che delle parole facciamo la nostra professione, non riusciamo a trovarne di adatte per spiegare il vero fulcro che ci spinge ad andare avanti. Nonostante tutto. Nonostante gli editori spilorci, i mille favori, le tantissime ombre e le pochissime luci della ribalta, la mancanza assoluta di rispetto per quello che si fa, l'ira di chi viene scoperto dalle nostre inchieste e l'assoluta indifferenza di tutti gli altri. Ma c'è sempre quella adrenalina, quell'eureka che ti fa sobbalzare dalla sedia e gettare a capofitto sulla pagina bianca che attende pazientemente, con la sua linea lampeggiante, di essere plasmata.

Forse è così che ti fregano, scrivevo in un altro post. Già: ma come fai quando a fregarti è il tuo stesso cuore?  
7月31日

Road to Calabritto (AV)

«Andiamo dalla nonna». Cosa c’è di più tenero e, soprattutto, di più facile? Vi sbagliate: anche una semplicissima gita domenicale può sfiorare la tragedia.

Diciamo subito che, a causa dell’azione combinata di caldo, allenamento pregresso e poltroneria, l’orario di partenza si è spostato dalle 9 del mattino alle 10, poi alle 13, e infine alle 16. Ma non conta nulla, l’importante è andare dalla nonnina e dai cuginetti, affossati nelle montagne di Avellino. Già, perché Calabritto è uno dei tanti paesini in cui vivono solo anziani e qualche giovane disturbato mentalmente (che per di più passa il suo tempo sfrecciando in tutto il paese a bordo di moto potentissime) ed anche pochi emigrati che da New York vengono a passare le vacanze in quel posto dimenticato da Dio (contenti loro).

Alla fine si parte. «Meri… la conosci la strada, vero?». «Sì, sì! C’è un’uscita dell’autostrada in cui c’è segnalato anche “Calabritto”». Si parte per davvero. In 12 minuti siamo già a Battipaglia (ma non ditelo alla polizia stradale) e tutto va per il meglio: cd di Beethoven, aria condizionata, la strada che scorre felice. In auto parliamo del più e del meno, della presunta vicinanza tra Calabritto e Acerno (che in realtà ammonta a venti chilometri), di come passeremo la serata. Intanto sotto di noi scorre la famigerata Salerno-Reggio Calabria, e devo concentrarmi al massimo per non finire contro le continue deviazioni che ci fanno sobbalzare ogni dieci metri. Ma il panorama è impagabile, attraversiamo dei posti ricchi di una storia contadina che, anche se non sarà un pezzo portante della Storia, di certo è l’unica che molti anziani del posto conoscano. E spesso è anche più interessante.

Ad un certo punto la vediamo: «Eccola, è la valle! Siamo vicini, fra poco saliremo sulla montagna». Ma l’autostrada corre via, e si porta la conca alle spalle. «Meri, ma non dovrei uscire?». «Si, ma non ho ancora visto l’indicazione “Calabritto”». Continuo ad andare avanti, scrutando ogni pannello dell’autostrada, ma di Calabritto neanche l’ombra. Dopo un po’, la rivelazione: “Sala Consilina”. Sala Consilina? «Meri, mi sa che ci siamo allungati un po’ troppo». Esco dall’autostrada, riempio il serbatoio di diesel (spiegandomi a gesti con il benzinaio, che parla solo “salese”: un dialetto in cui tutte le consonanti sono doppie e le “e” si pronunciano tirando indietro il collo di dieci centimetri). Telefoniamo ad uno dei cugini che già sono a Calabritto. Quando gli diciamo che siamo a Sala, ride per due minuti e mezzo. Giustamente. «Ma no, l’uscita è Contursi Terme». Ovvero quella che avevamo passato tre quarti d’ora fa. Ovviamente, pretendere di trovare “Calabritto” su un’uscita autostradale è abbastanza azzardato, ma si sa: i ricordi sono molto labili.

Torniamo indietro (non senza sorbirci venti minuti di stop a causa del traffico) ed usciamo a Contursi Terme. Va bene, il più è fatto, di qui in poi è tutto facile. Andiamo avanti lungo l’arteria principale, cercando queste dannate indicazioni per Calabritto. Niente. «Dovete andare verso Oliveto Citra», ci suggerisce il provvidenziale cugino. D’accordo. Arrivati a Oliveto, chiediamo a due anziani del luogo se stiamo andando bene. «Calabritto? No, dovete tornare indietro, girare a sinistra della fontana e…». Ma come, non dovevamo passare per Oliveto? «Ma non era meglio se mi portavo il tom-tom?». Ho un mal di testa feroce. Decidiamo di fidarci della atavica saggezza degli indigeni, e torniamo indietro. In effetti troviamo un cartello sbilenco, slavato, che indica “Calabritto”. Sarà l’unico visto in tutto il viaggio.

Andiamo avanti, confortati da questa indicazione. «Saremo lì tra dieci minuti». Certo, sono passate quasi due ore per via della deviazione imprevista in quel di Sala Consilina, ma forse una meza passeggiata per i boschi riusciamo ancora a farcela… Pigio sull’acceleratore, tra stradine di campagna sempre più strette. Le curve diventano tornanti, l’asfalto cede sempre di più, fino a trovare un tratto talmente sconnesso che sembra un’onda del mare solidificata. Riesco a superarla (non so come) e alla curva successiva l’asfalto non c’è proprio più: solo terreno, segnato da due profondi solchi di trattore. E’ il panico: «E ora che facciamo?». Ci buttiamo su una strada che sembra tenuta un po’ meglio, e proseguiamo. Ma andiamo alla cieca, mentre le fronde degli alberi si chiudono sempre più sopra di noi. «Telefono a mio cugino?». «Eh, e che gli dici? “Siamo tra gli alberi”?». Meno male che avevo fatto rifornimento. Continuiamo imperterriti, in un silenzio angosciante, inerpicandoci per salite misteriose. Dopo venti minuti di agonia, Meri ha un sussulto: «Mi ricordo! Eccola, è questa Calabritto!». Siamo arrivati.

Una storia a lieto fine? Macché. C’è un seguito. Parcheggiamo in piazza, sulle strisce bianche. A Calabritto c’è la festa patronale per San Giuseppe («Ma non era il 19 marzo?». «Sì, ma quello si festeggia in tutta Italia. Noi lo festeggiamo il 29 luglio». Decido di non indagare oltre) ed è tutto un fiorire di bancarelle che si preparano per la sera. Facciamo una passeggiata, torniamo in piazza (cinque bar in cinque metri quadri), ci sediamo ad un tavolino, ordiniamo. Tutto bene, finché non decidiamo di tirare fuori le carte per farci un bello scopone scientifico. «Ragazzi, non si può giocare a carte», ci dice il garzone. «Ma come, giocano tutti». «Sì, ma non su questi tavoli: su quelli si può» e ci indica degli altri tavolini, alle nostre spalle, uguali a quello in cui ci eravamo già accomodati. Restiamo basiti. Per tutta la serata provo a spiegarmi il perché di questa assurda regola, ma invano.

Torniamo a casa, stiamo un po’ con nonna. Per cenare decidiamo di prenderci un kebab (che qui chiamano “kepab”). Scendo le scale e trovo un vigile che scruta la mia macchina, rimasta sola al margine della piazza. Mi avvicino trafelato: «C’è qualche problema?». «La macchina qui non può stare». «Ma non c’è nessun cartello di divieto di sosta!». «C’è l’ordinanza del sindaco», e mi indica un fogliettino giallognolo appeso ad una colonna dalla parte opposta della piazza, in cui si dice che blablabla. «Ma è praticamente invisibile! Suvvia, ora la sposto subito e…». «Ma la multa non te la posso togliere». Resto di sasso. Mi sembra un’ingiustizia bella e buona: non conta un foglietto appiccicato su un muro per imporre un divieto di sosta. Conosco i miei diritti e li farò valere. Dopo un po’ di discussioni con Meri e i cugini, troviamo un vigile che -a giudicare da quella specie di medaglia che ha appuntata al petto- dev’essere il capoccia. «Guardi, non sapevamo di questo divieto, siamo forestieri…». Interviene Meri: «Ma è assurdo! Non c’è alcun cartello». «Signorina, guardi che il cartello c’è ed è a inizio piazza. Non è colpa mia se vi mettete sulla strada senza saper leggere i segnali». Il cartello? Un pannello sbiadito e mimetizzato tra i muri, altissimo, con un perentorio divieto di sosta e transito dalle 20 alle 24. E sono le 20,30. «Lei ha perfettamente ragione -intervengo, cercando di rabbonirlo- ma non si potrebbe…» Ride. «Chi te l’ha fatta la multa? Và, sposta la macchina, ci parlo io». Quando torniamo in piazza il multatore baffuto e panzuto mi si avvicina e mi sussurra paternamente: «Và, non ti preoccupare». Ringrazio e scappo via. Ho rischiato di prendere una multa a Calabritto!

Per rilassarmi, in onore alla tradizione prendo un bel po’ di musso e pere di puorco (traduzione: muso e piede di porco, crudo, tagliato a striscioline, con sale e limone e servito alla buona), sparo al tiro a segno, e andiamo dal tizio che ha i kebab (o “kepab”). «Non avete la piadina?», chiede ingenuamente la cugina di Meri. «No, ce l’ho a casa», è l’equivoca risposta. Scoppiamo entrambi a ridere come pazzi, mentre Meri e il cugino cercano di non farsi vedere. Torniamo a casa, interrogandoci sul cosa volesse significare quella sorta di invito velato, quando a un certo punto un tipo basso e tarchiato mi dà una spurtellata (da “sportello”), ovvero mi blocca la spalla con una sorta di cazzottone a mano ferma e mi urla «uagliò!» (traduzione: “ragazzo”). Lo guardo per cinque, interminabili secondi: è ubriaco? Cerca la rissa? Lui mi fissa e poi mi fa: «scusa», e se ne va senza colpo ferire.

Ci rifugiamo a casa, dove tra un racconto e l’altro della meravigliosa nonnina di Meri si fa buio, ed è già ora di tornare. Il viaggio di ritorno, per fortuna, è liscio come l’olio. Mi riprometto di tornare al più presto a Calabritto, per vedere i posti in cui Meri ha vissuto tanti bei ricordi.

Ma la prossima volta ci vado col tom-tom.
5月22日

I love Boccaccio

Scena: una lavanderia sormontata da una strana scritta, il cui significato è andato perso nei secoli bui del medioevo. La scritta è "self-service"

Atto primo
cliente: Buonasera
io: Buonasera
cliente: Dovrei ritirare una busta
io: Sì
cliente, dopo qualche secondo: E' un piumone
io: Bene
cliente, fissandomi in volto: E' blu e giallo
io: Ho capito
cliente, avvicinandosi con fare contrariato: Sul lato giallo ha dei fiori rossi
io: ...
cliente: ...
io: Signora, guardi, se non mi dà il cognome possiamo continuare questa interessante discussione fino a domani, ma non troverò MAI il suo piumone

Alla fine la cliente dirà il cognome, ma come se mi facesse un favore. Le luci in scena si affievoliscono poco a poco. Sipario

Atto secondo
io: ... e mi dica, signora. A che temperatura vuole lavare il piumone?
cliente: Uh Gesù, e che ne so io?! Lo dovete sapere voi!
io: Beh, in verità noi siamo una lavanderia self-service, per cui non possiamo assumerci responsabilità per quanto riguarda la temperatura di lavaggio.
cliente: E vabbè. Lavatelo alla stessa temperatura dell'anno scorso.
io: D'accordo. E sarebbe?
cliente: E che ne so. Non ve lo ricordate?

Le luci si affievoliscono. Dalla sala si odono due colpi secchi di arma da fuoco. Sipario

1月30日

Ilario 2.0

Forse non tutto è perduto. Forse, molto in fondo, posso trarne del buono da questa esperienza negativa: se riesco ancora ad indignarmi per qualunque ingiustizia, forse posso ancora dire di essere una persona che ha il diritto di calpestare questa terra. Ma l'impegno, quello ormai è irrimediabilmente perduto. Come fa Milena Gabanelli a non farsi venire un'ulcera ogni giorno?

A questo punto dovrei spiegare brevemente cos'è successo: beh, non ne vale la pena, credetemi. Come diceva Totò, cambiano i caporali ma alla fine le ingiustizie sono tutte uguali a se stesse. E chi è uomo, ovvero onesto, deve solo sottostare a questi soprusi. Perchè basta uno di quei famosi babà, una conoscenza con i vigili urbani e magicamente le leggi non servono più. Si può parcheggiare ovunque, anche in divieto di sosta. E se provi a far presente l'abuso ti rispondono "non mi insegni il mio mestiere". E lei impari a farlo da solo, allora.

Per un giornalista (anzi, un buon giornalista quale mi reputo - non per capacità, ma per intenti) tutto questo è deleterio. Per reagire a questa situazione dovrei mettere in campo avvocati, querele, fotografie, appostamenti. E io sono già prossimo ad un esaurimento nervoso, con i ritmi frenetici che la mia vita m'impone. Non me lo posso permettere. Ma non posso neanche farmi mettere i piedi in testa.

Diciamo che oggi ho imparato una cosa nuova: l'idealismo non paga (e Ilaria Alpi ne è un ottimo esempio). Dovrò cercare di venire un po' più a patti con la mia "parte oscura", mettendo da parte logiche kantiane e socratiche e cercando di farmi spazio in questo mondo. Senza disdegnare qualche gomitata.

1月16日

Ducati Monster 695

Ce l'ho fatta. Finalmente ho coronato uno dei miei sogni: il Ducati Monster 695. Mi è costato molto impegno (e molti dindini) ma alla fine quel giorno tanto atteso è arrivato.

Eppure non sono minimamente felice. L'impegno che ho messo nel racimolare centesimo dopo centesimo con un incessante lavoro è stato direttamente proporzionale alla paura delle persone che mi sono vicine. Tutti mi hanno sconsigliato, con diversi toni, di compiere quest'importante passo, adducendo pericolosità statistiche miste a fatalismi di ogni tipo.

Ovvio che tutto questo mi ha profondamente condizionato. Ho pensato all'utilità e alla necessità di quest'acquisto, e ho concluso che no, non mi era affatto necessario. Ma io lavoro, e lavoro sodo. Cerco di elevarmi culturalmente e allo stesso tempo professionalmente cercando di conseguire questa dannata laurea e leggendo più che posso. Ho, come tutti, dei desideri e delle aspirazioni. Il monster, anche se non necessario, rientrava a pieno titolo tra questi. E non sarebbe stato giusto se mi fossi "castrato" per venire incontro alle ansie dei miei genitori.

Le paure che mi circondano, da un lato, mi fanno enormemente piacere. Sono il segno tangibile che, tutto sommato, qualcuno ci tiene a me e alla mia incolumità. Per questo ringrazio di cuore tutti coloro che si sono preoccupati e si preoccupano tuttora (mia madre era quasi in lacrime, quando l'ho lasciata mezz'ora fa), e prometto che le loro paure saranno uno stimolo ulteriore a non farmi compiere colpi di testa, sorpassi azzardati, velocità folli e quant'altro.

Tutto giusto. Ma io voglio vivere. Il mio non è un atto di sfida verso l'autorità, o di insofferenza alla vitaccia che mi sono cucito addosso o evasione post-adolescenziale. E' il frutto di un lungo, penoso ragionamento che mi ha portato ad esaudire questo desiderio.

Ma, come dicevo all'inizio, non riesco a gioirne. Questa mattina dal concessionario ero tutto solo - e un po' spaventato. Mi sono affidato a lui come ad un padre ed un amico insieme, e devo dire che per fortuna l'esperienza è stata ottima. Si è quasi divertito (e non ha nascosto un'espressione stupita) quando ha visto i milleduecento euro che ho speso in protezioni. E' stato onesto, paterno, disponibile al di là del ruolo impostogli dalle necessità di vendita. Eppure mi sono sentito molto, molto solo. Il mio primo assegno, la mia prima moto, il mio primo acquisto importante: e nessuno era lì con me a condividerlo. Anzi, sapevo che a cinquanta chilometri di distanza c'erano tante persone che disapprovavano in pieno la mia scelta. Pian piano mi è salito un magone che si è fermato sul petto, opprimente, e da allora non se n'è andato più. Sono venuto al lavoro in maxiscooter, e durante tutto il tragitto ho avuto paura ad ogni curva, ad ogni incrocio, senza piegare mai di un solo millimetro. Sento, enorme, la responsabilità di dimostrare agli altri che andrà tutto bene, che sarò prudente e che cercherò di essere il miglior motociclista del mondo: ovvero quello che ogni sera porta a casa la pellaccia.

Cosa posso dire ancora: oltre alle promesse già formulate, ora non mi rimane che vivere la moto per quello che è. Ovvero una passione ben controllata dal raziocinio, dietro la quale non butterò via i miei soldi inutilmente (eccetto che per le protezioni passive). Spero tanto di riuscirci, nonostante il magone ancora non vada giù.

12月5日

Confessioni di una mente pericolosa

E' così che ti fregano. Ti alzi al mattino, e subito devi correre al lavoro. Lì non hai tempo per pensare: bisogna far correre le mani, non la testa. Il tempo di buttare giù due bocconi e già devi essere da un'altra parte della città, ancora al lavoro - se così si può chiamare, visto che è più incline alla schiavitù. E non puoi ribellarti: c'è sempre qualcuno che ti ricorda che "così va il mondo", "è la gavetta", che "prima il dovere e poi il piacere" e cavolate varie, che "puoi smettere quando vuoi" (come se fosse una droga) ben sapendo che così perderei tutto quello che ho fatto finora. Tanti, tanti sacrifici. E per cosa?

Arrivano i pomeriggi d'inverno a ricordarti che si, tutto sommato non sei vecchio, ma una strada devi pure aprirtela in mezzo a questo mondo bastardo. E intanto vedo i miei amici laurearsi poco a poco, persone "normali" che scrivono, pubblicano, leggono, vanno in video, firmano pezzi giornalistici molto validi, diventano redattori, creano programmi tutti loro, viaggiano, studiano in altre città, suonano e compongono, e magari la sera riescono persino ad uscire con la propria ragazza. Un'utopia.

O forse è la mia ad essere un'utopia, quella di voler riassumere in me troppi interessi che -per forza di cose- disperdono in mille rivoli sterili tutte le mie energie. Che poi non sono poche. Ma, dicevo, arrivano i pomeriggi d'inverno, con il loro carico di silenzio e freddo, a ricordarmi che tutto sommato non sono poi quella persona "speciale" che credevo dovessi diventare: non leggo praticamente più, se non migliaia di comunicati stampa, e non scrivo -sembra un paradosso- quello che vorrei davvero scrivere. D'accordo, l'adolescenza è finita da un pezzo e non si può continuare a correre dietro i sogni, persi in voli pindarici sul significato e il suono di una parola. Però ho perso anche lo slancio a scrivere qualcosa di diverso da "tredicenne stuprata al parco", e i progetti di racconti brevi sono rimasti lettera morta.

Magari mi farebbe meno male se non vedessi così tante persone realizzarsi in quello che fanno. Più vado avanti e più mi rendo conto che l'arte, i sogni, le aspirazioni, sono fatti per gente ricca. O quantomeno benestante (un po' quello che diceva Totò durante l'esame con Sordi). Oddio, vista così potrebbe sembrare un po' forzata, ma io parlo dello svilimento che attanaglia pian piano la vita di chi è costretto a numerosi impegni e opprimenti responsabilità. Nessuno ti vieta di diventare, che so, una grande icona della disco-music, ma è la routine stessa, le scadenze, le cattiverie degli altri che cercano di superarti non tanto diventando migliori di te, ma trascinandoti a fondo con loro, e insomma tutto quel miscuglio di emozioni e accadimenti che chiamiamo vita.

O forse è tutta una scusa: sognavo di prendere tre lauree, studiare tutta la vita e magari campare su quello che scrivevo, ma mi sono scontrato con una realtà molto più dura di quella che prospettavo. O forse anche questa è una scusa, ed è più facile adagiarsi nel ho troppi pesi per emergere artisticamente che ammettere di non averne le capacità.

Bene.Volevo scrivere un post, e ci sono riuscito. Non mi andava di lasciare troppo vuoto il blog, sul quale in passato ho riversato tanti pensieri che poi, riletti a distanza di tempo, mi hanno aiutato e illuminato alcune zone d'ombra che erano immediatamente dopo i miei passi. Spero solo di non essere stato troppo triste, ma in ogni cosa pretendo sempre il massimo. E mi sento deluso da me stesso.

7月13日

Sbornia triste

Ho festeggiato. Mea culpa, ho festeggiato anch'io la vittoria ai mondiali dell'Italia, come tutti. Beh, non proprio come tutti, visto che metà del primo tempo l'ho passato ancora in redazione e subito dopo i rigori sono andato a caccia di fotografie per la prima pagina. L'ultimo articolo l'ho terminato ben oltre l'una.

Girovagando con il maxiscooter per verificare la situazione in città, mi sono imbattuto (com'era prevedibile) in situazioni grottesche ma tutto sommato goliardiche. Ragazzi seminudi che ballavano e si abbracciavano l'un l'altro senza conoscersi, bandiere della Salernitana miste a quelle dell'Italia misten a tutto ciò che quella notte era adatto a sventolare, gavettoni vari, auto colorate di tricolore, e tanta gente ovunque che ballava, saltava e gioiva.

Gioiva? Era davvero gioia quella? All'altezza di Pastena, sul lato Lungomare, ho notato il solito assembramento: ragazzi che interrompevano il flusso veicolare per creare un'atmosfera di festa, di aggregazione. Almeno apparente. Hanno bloccato una Panda bianca, con all'interno una allegra famiglia che desiderava solo tornare a casa. Festeggiando, certo, ma senza raggiungere i limiti grotteschi cui si spingevano quegli scalmanati (ragazze comprese). Rei di essere troppo poco partecipi alla festa, i ragazzi hanno cominciato a picchiare sull'auto con le bandiere. Ad un timido cenno di protesta del conducente hanno cominciato a sballottolare l'auto di qua e di là, così forte da far sollevare le ruote da una parte e dall'altra. L'uomo, vedendo in serio pericolo la propria famiglia, ha reagito come doveva: ha tentato di scendere dall'auto per bloccare quegli imbecilli, ma questi si sono fatti avanti in gruppo con fare oltremodo minaccioso. Vista la "mala parata", il padre di famiglia non ha potuto far altro che saltare in auto e fuggire. Ho provato a testimoniare il tutto con la macchina fotografica, ma anche io mi sono dovuto dare alla fuga perchè, essendo subito dietro all'auto, l'attenzione di quelle bestie si è spostata su di me. Ho avuto qualche "bandierata" in testa, ma per fortuna indosso sempre il casco.

Ora ditemi voi se questo è festeggiare. Se questo è gioia. Se questo è essere felici per la vittoria della squadra di calcio che dovrebbe rappresentare la propria nazione. No, questa gente non capisce nulla di calcio. Possono conoscere a memoria i nomi di tutti i giocatori delle varie nazionali, ma non capiranno mai cos'è il calcio (o almeno quello che era prima dell'iniezione fatale del denaro). Per questo rispetto il rugby piuttosto che il calcio. Dicono che sia uno sport violento, ma in realtà c'è stima per l'avversario. Simulare un fallo o barare equivale ad una scomunica, un'infamia. C'è lo scontro, violento (come in tutte le attività umane) ma leale.

E invece per questa gente (e Salerno è in prima fila con questa droga sociale) il calcio è solo un modo per confondersi nell'anonimato, per dimenticare per un attimo le proprie pene e ubriacarsi nell'euforia collettiva. Né più né meno di tanti riti arcaici, perpetuati giorno per giorno in tante piccole manie quotidiane. Come è successo già altre volte, questi giovani insoddisfatti e confusi cercano forza nel gruppo e impunità nell'anonimato. E senza arrivare alle svastiche di Roma, anche qui i francesi sono stati oggetto di slogan irriferibili: ribadisco, un po' di sano scherno è sacrosanto (in fondo è la parte migliore della vittoria) ma non si può scadere nell'odio e nella xenofobia.

Io non ero ancora nato, quando l'Italia ha vinto il suo terzo campionato mondiale: ma tutti quelli che c'erano hanno scritto e parlato di una gioia diversa, più composta, più "vera", più indirizzata a gioire per la vittoria del trofeo che a mascherare le brutture della vita quotidiana. Capire tutto questo è un passaggio sociale fondamentale. Altrimenti ci continueremo a drogare di eccessi senza mai affrontare, concretamente, la strada giusta per risolvere i tanti problemi che affliggono questo paese tetracampione.

6月1日

Anice di notte

ArAkiA scrive:

 

Mi piacerebbe avere una panetteria e fare tutte queste moine ai miei clienti

mettere qualche biscotto all'amarena in più a chi mi è simpatico

e il pane più morbido ai vecchietti con la dentiera

imparare i gusti dei frequentatori abituali

fare domande di cortesia e imparare a conoscere un po’ gli affari di tutti

oppure un negozio di fiori

immagino che in futuro facendo il medico la gente non mi si rivolgerà con molta familiarità

mi tratteranno da dottore!

e questa in effetti è una cosa bella ma non so quanto tempo potrà piacermi

tutte le faccine preoccupate…

forse è meglio se mi apro un'agenzia di viaggi

4月20日

Ottuse divergenze

Come volevasi dimostrare. Berlusconi non riconosce il voto popolare, parla più o meno apertamente di brogli elettorali e mette in campo ogni minuzia per rendere la vita difficile  al povero professor Prodi. Sia chiaro che ogni verifica del voto è nel diritto democratico e morale, ma disconoscere anche la Cassazione mi fa pensare, e pensare molto. Ormai siamo abituati a dare sempre meno peso alle parole, ma quello che sta accadendo oggi è grave: neanche nelle dittature chi detiene il potere accusa l'opposizione di brogli. Tutto ciò indebolisce la visione che gli stranieri hanno dell'Italia, mina l'autorevolezza delle istituzioni, e smaschera la politica per quello che è: un teatrino dei pupi dove ognuno cerca di salvare solo la propria fetta di potere. Come bambini, gli esponenti del centrodestra si attaccano al giocattolo urlando e strillando prima che la mamma glielo porti via. Tutti costoro avrebbero molto, molto, molto da imparare da Socrate.

Non si tratta poi di semplici punti di vista diversi. Le divergenze sono sempre esistite ed esisteranno sempre. Si può semplificare il discorso parlando di interessi personali (la famosa, arcaica contrapposizione dell'ex-premier tra "figli di professionisti" e "figli di operai") o complicarlo con le varie ideologie che presuppongono una diversa visione della vita, del suo scopo, del relazionarsi con gli altri, ecc. Credo che sia giusto discutere animatamente di problemi politici (anche se purtroppo lo si fa sempre meno), perchè la passione deve guidarci in ogni aspetto della vita, e la politica ne è il perno principale. Piuttosto bisogna saperne discutere con proprietà di linguaggio e di mezzi. E' ovvio che se io credo in qualcosa, e mi ritengo nel giusto, cerco di convincerti della bontà delle mie idee: non è "proselitismo", è solo che (dal mio punto di vista) cerco di farti aprire gli occhi su argomenti piuttosto evidenti come il fatto che c'è stata una guerra per trovare armi di distruzione di massa (usandone, a loro volta, a Fallujah) che poi non sono state trovate, oppure che il "libero mercato" tassa i prodotti finiti dei paesi emergenti ma non le preziosissime materie prime, ecc.ecc. Fino a che si parla di dati, visioni del mondo, e soprattutti interpretazione critica di ciò che vediamo, il confronto è sempre stato proficuo. Lavoro in una redazione di destra e ogni giorno ci confrontiamo su ogni argomento: alla fine della discussione tutti abbiamo imparato qualcosa dall'altro (non pretendo di avere verità assolute), e ciò ci spinge ad approfondire il discorso, per fortificare la nostra visione o mutarla in base ai nuovi elementi acquisiti.

Concludo osservando che la politica, in Italia, è diventata ormai aliena da se stessa. Si parla di "scollamento della base", e la colpa è sia dei politici che ormai sono solo degli equilibristi del compromesso, sia nostra, perchè ci nascondiamo dietro mille altri interessi quasi vantandoci di non capirne di politica "perchè tanto uno vale l'altro". Fino a che ci sarà così tanto egoismo misto a ignoranza, la vedo dura. Poi però non lamentiamoci del "governo ladro".